Riporto in questo sito l’intervista rilasciata da Gianni Mascia a Qui e Ora per Cagliari Art Magazine. Buona lettura!Cagliari Art Magazine

Parlaci di te e del tuo amore per la poesia, com’è nato?

E’ un amore che risale a cinquant’anni fa, quando in seconda elementare ebbi la fortuna di conoscere quella che sarebbe stata la mia maestra fino alla quinta: Maria Bertolino Solla! Era una persona speciale con un amore sviscerato per la bellezza, soprattutto la poesia e la musica classica, e oserei dire che mi trasfuse quel suo amore che poi è diventato il filo conduttore della mia vita. Iniziai parafrasando Gianni Rodari per poi passare ai grandi del romanticismo che ci fece assaggiare gradualmente per poi farceli studiare in quinta e da lì a cominciare a scrivere il passo fu brevissimo.

Un amore profondo  da cui sono nate contaminazioni con altre arti, interessanti progetti  in collaborazione con altri artisti.

Si, soprattutto con la musica che come la parola è un suono dell’anima, ma anche con pittura, fotografia e danza. Ricordo in particolare i progetti artistici Danzando su note di poesia del 2003, insieme all’attrice Maria Violante (che ora sta dall’altra parte della luna e saluto) e al ballerino Roberto Magnabosco,  Plazas de Mayo del 2009, insieme al grande one and only Nando Sanna con la sua armonica cromatica e alla chitarra di Andrea Congia, Periferie del karma del 2013, con Mario Massa a tromba e loops  e Angelo Sesselego al contrabbasso, Mujeres del 2015 con chitarra e voce di Marco Floris e le tastiere di Nicola Padroni  e Tzacca “n” dub  “ del 2016 con le sonorità di Arrogalla.

Quali sono i tuoi riferimenti culturali?

Inizialmente sono stati i grandi del neoclassicismo, del romanticismo, del tardo romanticismo e del decadentismo (sintetizzando potremmo dire da Foscolo a Leopardi, da Carducci e Pascoli a D’annunzio) ma da una ventina d’anni soprattutto Pasolini, Montale, Ungaretti, Saba, Jimènez, Lorca, Neruda, Hernàndez, Aleixandre, Altolaguirre,  la beat generation e la neoavanguardia in genere. Ma devo dire che sono sempre innamorato di qualsiasi forma di poesia, compresa quella di certi cantautori e rappers.

Arriviamo a  Colores de Limbas e alla Scuola Popolare di poesia. Come sono nati questi progetti?

Coloris de Limbas nasce alla fine degli anni ’90 dalla volontà mia e di un gruppo di amici di dare spazio (gratuito) alle voci emergenti della poesia ben supportati da qualche grande nome, uno su tutti il grandissimo sardus pater Cicito Masala che ci regalò alcune delle sue chicche. Fino al 2010 è uscito semiclandestinamente, poi  il progetto è stato sposato da un piccolo editore lombardo, Gian Piero Grasso di GDS edizioni, con cui sono usciti i primi due numeri ufficiali, distribuiti in tutta Italia e sui portali web mentre il terzo numero è stato pubblicato da una neonata casa editrice cagliaritana, La Città degli dei. Il quarto, che dovrebbe vedere la luce ai primi di Marzo, dovrebbe uscire con una grossa casa editrice sarda. La Scuola popolare di poesia di Is Mirrionis è più o meno coetanea di Coloris de Limbas e nasce dalle esperienze di insegnamento, soprattutto alle elementari, che ho avuto soprattutto in circoli didattici di frontiera. E’ lì che ho sviluppato il metodo didattico che poi ho adattato ai vari livelli d’istruzione. Oserei dire che è un progetto rivoluzionario, politico nel senso più nobile del termine, che si prefigge di intervenire nei luoghi in cui sia più forte il disagio esistenziale e conseguentemente la possibilità di emarginazione. Ha visto la luce, ufficialmente, il 5 Maggio del 2015 presso il circolo Me-Ti  di Via Mandrolisai, in pieno quartiere Is Mirrionis, quando è stato presentato a stampa e pubblico con un reading in cui si è letto, tra gli altri, Leopardi tradotto in sardo.

Mi incuriosisce molto il tuo rapporto con il quartiere, con la piazza, con la strada, le periferie, il tuo interesse per i linguaggi, per il gergo… immagino che l’interesse sia nato anche dalle tue esperienze di viaggio

Sicuramente l’essere diventato cittadino del mondo, avendo vissuto in varie parti del pianeta, ha acuito il mio innato interesse per lingue e linguaggi. Nei miei vagabondaggi per le Ande dei primi anni ottanta ho imparato anche qualche parola di Quetchua, la lingua degli Incas. Ma tutto nasce nei primi anni sessanta ai piedi del colle di San Michele, dove ho vissuto una meravigliosa infanzia con il miscuglio di gente che viveva da quelle parti, allora remote, della città…

Tzacca Stradoni, un testo che ha avuto un grande successo e che ancora viene letto e portato da te nelle piazze.  Se vuoi dirci qualcosa che magari non hai detto in altre interviste o in altre occasioni… 

Ma, che dire ancora? E’ il lavoro a cui sono più legato, anche per le gratificazioni che mi ha regalato, ma soprattutto per essere riuscito a far si che non morisse su Gergu de Soparma, il criptatissimo e colorito slang che parlava la mala fino ai primi anni ottanta, Dopo cinque anni abbondanti dalla sua uscita e un grande successo di vendite (cosa non trascurabile…) continua a suscitare grande interesse e in Luglio dell’anno appena andato via, il 2016, ha fatto si che nascesse un progetto artistico in cui la mia narrazione meticcia si fondesse con le sonorità dub del grande Arrogalla e ha avuto una prima di grande effetto al festival Jazzin’ Sardegna. Entro quest’anno, da tazacca “n” dub, dovrebbe uscire un audio book.

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Come nasce una poesia? Da dove nasce per te? Dal cuore, da un pensiero, da una sensazione, da una protesta, dal bisogno di comunicare qualcosa?

Generalmente in me nasce da un suono che mi colpisce in particolar modo e può scaturire sia da un brano musicale (soprattutto da Chopen, Mozart, Stravinskij o Miles Davis, John Coltrane, Eddie Palmieri, Herbie Hanckok, Frank Zappa)  che dal suono di una o più parole…

Le tue traduzioni si rivolgono anche ai bambini, penso a Storia de una “Caixedda e de sa Gatu chi dd’iat imparau a bolai” da cui nasce il laboratorio Gabbiani e Gabbianelle…

Si e viene anche dal fatto che per tredici anni ho insegnato alle elementari. I bambini sono di una ricettività incredibile e se stimolati a dovere diventano miniere d’oro.  Non dimenticherò mai l’esperienza che ebbi con una classe particolarmente turbolenta… Cercavo la chiave di volta per catturare la loro attenzione e far si che seguissero con interesse le lezioni.  La trovai in una passeggiata sulla spiaggiola del villaggio dei pescatori. Mentre camminavo notai che la marea aveva portato sulla battigia tantissime conchiglie variopinte. Ecco!-pensai immediatamente- Domani mattina le porterò in classe e proverò a farli scrivere. Così ne raccolsi un bel po’ e l’indomani, arrivato in classe, le sparsi sulla cattedra invitando i bambini a venirne a scegliere una a ciascuno e poi chiesi  che sensazioni provassero portandole all’orecchio. Ci fu un’esplosione di commenti e a quel punto proposi  di sperimentare la scrittura collettiva. Chiesi due minuti per scrivere il mio testo guida che poi avrebbe portato a quello collettivo e stranamente lo ottenni. Poi avvenne la piccola magia: ognuno aveva scritto sul proprio foglio le impressione scaturite dalle conchiglie.

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Gianni, Leopardi e La Luna … quale filo vi unisce?

Amo Leopardi fin dall’infanzia. Infatti, alle elementari ho avuto la fortuna di avere come maestra l’immensa Maria Bertolino Solla che mi ha trasfuso il suo amore per la poesia e in V elementare ci fece studiare Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli, D’annunzio e altri. Da allora L’infinito di Leopardi è divenuta per me l’emblema della poesia e l’ho interiorizzata a tal punto che una quindicina d’anni fa l’ho tradotta in sardo (è stata poi pubblicata insieme ad altre traduzioni nel 2015) e poi tra Novembre 2003 e Gennaio 2004 ho scritto quaranta variazioni sul tema dell’Infinito, che tra l’altro mi hanno dato grandi gioe. Infatti, mi hanno regalato il privilegio di poter vincere la XXVI edizione del premio Leonforte per la poesia inedita, quello a cui, tra i tanti che ho avuto la fortuna di vincere, mi è rimasto nel cuore più di ogni altro; era il premio ideato da Carlo Muscetta, il prof, il massimo esperto di letteratura italiana del novecento. Andai a ritirarlo in Sicilia, a Leonforte, due passi da Enna, e insieme a mia moglie trascorremmo due giorni da favola. Ricordo che fummo ospitati nel fantastico Hotel Sicilia, dove ogni camera aveva il suo affresco e si respirava barocco a non finire. Ci coccolarono con cibi, dolci e vini da re e, ciliegina sulla torta, 1000 copie della mia silloge vincente Variazioni su una corda d’Infinito in una preziosa edizione…  Poi, nel 2010 mi ha regalato la X edizione del premio Surrentinum  e anche lì la cosa più bella fu la pubblicazione di una fortunata raccolta, A liberare luce, in 500 copie e poi, dulcis in fundo, nel 2014 il prestigioso premio dell’Accademia Leopardi. Insomma, mi sono nutrito e continuo a farlo, di atmosfere leopardiane che sono culminate nell’uscita della raccolta Leopardi e la luna.

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Quando ci siamo conosciuti abbiamo parlato tantissimo  di Fabrizio de Andrè, poeta e cantautore che amiamo entrambi, incontro da cui è nata l’esperienza  “Sulle Orme di Faber”, un laboratorio di scrittura poetica organizzato da Qui e Ora nel 2016,  com’è stata questa esperienza? Cosa unisce te e Faber?

Faber è stato uno dei miei maestri . Ho cominciato ad ascoltarlo nel ’72, a quattordici anni, e l’ho seguito per tutta la vita. Tra l’altro ho avuto l’immensa fortuna, in Luglio del ’97, di poter trascorrere un’ora a chiacchierare con lui sotto il glicine dell’Agnata… L’esperienza di “Sulle orme di Faber è stata bellissima, in primis perché è stata la nostra prima collaborazione e poi per come si è conclusa, con quel bellissimo reading finale in Piazza San Sepolcro. Ricordo con gioia quanta gente di passaggio, oltre agli invitati, si è fermata ad ascoltare…

Un tuo progetto importantante  è il Festival  Premio Emilio Lussu. Vuoi anticiparci qualcosa sulla III edizione che si terrà a Ottobre?

Sarà anche questa, dopo il successo delle prime due, una cosa particolare. Avremo anche quest’anno degli ospiti importantissimi (di cui non voglio anticipare i nomi…) e come al solito sarà una contaminazione a 360° . Tre serate dove il suono della parola letteraria (tra l’altro quest’anno apriremo anche alla narrativa…) si contaminerà con musica e arti visive, con reading, proiezioni, tavole rotonde e musica.

Ammiro moltissimo la tua determinazione e la passione che metti in tutto ciò che fai, da dove attingi tutta questa energia?

L’hai detto tu, dalla grande passione che mi anima in tutto ciò che faccio! Ma non solo, infatti non posso non menzionare il mantra che recito quotidianamente, che mi dà sempre maggiore libertà interiore, e l’impegno civile. Credo che i linguaggi artistici siano determinanti per poter operare quel processo che chiamo di depleistescionizzazione, un fornire il popolo di quegli anticorpi culturali che sono indispensabili per leggere la realtà che ci circonda.

Vuoi dire qualcosa per incoraggiare le persone ad avvicinarsi al mondo  della poesia, dell’arte, della scrittura?

Certamente! Credete sempre ai vostri sogni e lottate strenuamente affinchè si realizzino. Leggete, studiate, sperimentate, contaminatevi e non accontentatevi mai. Siate, umilmente, molto ambiziosi.

Grazie di cuore Gianni.  E’ un piacere ogni volta ascoltare le tue parole. Sta partendo, in questi giorni, la nostra seconda collaborazione: Gabbiani e Gabbianelle. Che mi dici a proposito?

Ne sono contentissimo! Dopo due anni lavorerò di nuovo con i bambini, le nostre finestre spalancate sul futuro, e m’incanta pensare che in questo percorso creativo possano sperimentare il piacere di lavorare in gruppo e a tematiche così importanti: la ricchezza della diversità e il valore dell’accoglienza. In questo momento storico, dove soffiano forte i venti neonazisti che instillano la xenofobia nella gente, è determinante educare i bambini  alla condivisione, in tutte le sue forme.

Roberta Sirigu – (Intervista rilasciata da Gianni Mascia a Qui e Ora per Cagliari Art Magazine.

Link ufficiale:

Cagliari Art Magazine

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