In questo scritto prenderò spunto dallo studio di Joseph Zinker sui blocchi della creatività  per esplorare alcuni ostacoli allo sviluppo e all’espressione del potenziale creativo presente in ogni individuo.

Uno dei più insidiosi nemici della creatività è l’atteggiamento abitudinario, quel permanere nella zona comfort  che ci offre l’illusoria sicurezza di poter gestire le situazioni della vita, situazioni che abbiamo già creato decine di volte affrontandole sempre nello stesso identico modo. Il classico serpente che si morde la coda. Una eccessiva attenzione al familiare,  al tradizionale,  alla consuetudine del “si è sempre fatto così”, rende prevedibile la nostra azione. Dell’abitudine ci conforta il sapere di non procedere verso l’ignoto, verso qualcosa che possa mettere a rischio la nostra linearità, procedura,  sicurezza. Se si prospettasse qualcosa di nuovo dovremmo mettere in discussione le nostre scelte, le convinzioni, i nostri arroccamenti. Chi procede per abitudine rischia l’automatismo. La creatività non si sviluppa nella perfetta fedeltà a se stessi. Nell’abitudine non lasciamo nuove tracce, camminiamo sulle nostre stesse orme. La paura è quella di cadere nel vuoto. Così dimentichiamo che la creatività necessita della vertigine data dal vuoto per espandersi, un vuoto fertile  generativo, rizomatico. Nell’abitudine il passato entra nel presente, inglobandolo. Anche il futuro entra nelle nostre teste; anticipiamo ciò che ci aspetta perché ci è già noto. La creatività necessita del presente per svilupparsi, solo il qui e ora rappresentano lo spazio e il tempo del vuoto fertile.

Un atteggiamento abitudinario può condurre ad un comportamento confluente in conformità ai modelli sociali e culturali  che soddisfano il bisogno di appartenenza. L’attitudine camaleontica  al confondersi  nella massa porta il confluente  ad una difficoltà nello stabilire i confini tra sé e il mondo, confini necessari per differenziarsi ed individuarsi.

Altro ostacolo alla creatività è la paura del fallimento.  Questa è collegata al timore di sbagliare, al senso di colpa, alla paura del giudizio ed alla vergogna.  Evitiamo  l’azione perché crediamo di non esserne all’altezza, di  essere inadeguati. Prospettare una situazione catastrofica inibisce lo slancio creativo. Anche in questo caso non siamo nel qui e ora ma viviamo, con ansia, quella condizione che sta tra l’ora e il poi.

L’altra faccia della medaglia della paura del fallimento è la paura del successo.  Una paura poco indagata che ugualmente può impedire la creatività. “Se le cose dovessero andare bene sarò costretto a  prendermi la responsabilità e le conseguenze di questo successo”. Potrebbero infatti aprirsi  scenari nuovi che porterebbero  nuove situazioni da gestire. Quindi  meglio boicottare lo slancio creativo, sminuirlo, soffocarlo pur di evitare il contatto con ciò che richiede una trasformazione dello status quo, personale ed ambientale.

La creatività, per svilupparsi, deve sganciarsi dalle logiche del fallimento e del successo, poiché non si basa sul raggiungimento di un risultato; non è un prodotto ma è un processo, un atteggiamento, un modo di muoversi nelle vicissitudini quotidiane.

La riluttanza verso il gioco e il piacere nasce dalla paura di apparire ridicoli, stupidi. Prendersi troppo sul serio inibisce il fluire della spontaneità cosi come  il prendere troppo sul serio le cose del mondo.  Non saper cogliere gli aspetti bizzarri delle situazioni che ci capitano, costringerle dentro i confini della ragionevolezza.  Sperimentare su scimproriu – come si chiama in lingua sarda la scemenza – dona quella leggerezza necessaria alla creatività perché possa germinare e svilupparsi. La creatività pura – definita anche dionisiaca – ha origine dall’istinto ed è pura ispirazione e spontaneità.

Anche la mancanza di consapevolezza circa le risorse (proprie e ambientali)  può rappresentare un limite. La creatività necessita di visione, di attenzione consapevole, di presenza, di una relazione viva con l’ambiente che permetta di creare connessioni inedite tra le cose.

Altro ostacolo è la fantasia impoverita che nasce dal  sopravvalutare il mondo obiettivo, misurabile e reale, a dispetto dell’immaginazione, dell’intuizione, delle visualizzazioni interiori. Ascoltare la propria verità soggettiva a prescindere dalle conferme date dai parametri scientifici, logici, statistici. Restituire autorevolezza a noi stessi, al nostro intuito.

L’eccesso di sicurezza è un altro nemico. Porta alla rigidità e ad azioni stereotipate. Se ho usato una modalità  in una data situazione e questa è stata funzionale al raggiungimento dello scopo, non è detto che ciò valga sempre. I contesti e  le relazioni mutano ed anche noi cresciamo e diveniamo diversi. Zinker, in questo caso, fa l’esempio del professionista che si fissa con l’uso di una tecnica specifica,  è più incentrato su quel che sa, e che sa fare, piuttosto che sull’ascoltare i bisogni del suo cliente. Così procede chi si è costruito uno stile ed è poco disposto ad ampliarlo attraverso il contributo del lavoro altrui.

Un’altro aspetto fondamentale da prendere in considerazione è la mancanza di contatto con le emozioni: non riuscire ad accedere al valore motivazionale dell’emozione, usando invece l’energia per reprimere le espressioni spontanee. La creatività ha bisogno proprio di spontaneità, di uscire dalle righe, di rompere i meccanismi  di controllo interiori, di straripare, di spezzare gli schemi.  L’energia fornita dalle emozioni costituisce il trampolino di lancio di un’azione creativa, è l’alimentatore, laddove invece l’aspetto iper-razionale ed intellettuale tende a contenere, a circoscrivere, a incasellare. Pensiamo alla forza della rabbia usata creativamente! Le emozioni turbano l’equilibrio, ma la creatività è anche disordine, caos, complessità, assenza di simmetria.

Visione dualistica di sé e del mondo: nasce dalla mancanza di percezione dell’interezza. La visione dualistica porta a chiudersi in una definizione, a polarizzarsi su una parte di sé rifiutando l’altra, ad evitare il dialogo tra gli opposti per timore delle contraddizioni, dell’incoerenza, della moltitudine.  Dialogo che  porterebbe all’integrazione, alla sintesi ed alla trascendenza.

“Ogni volta che prematuramente interrompiamo la manifestazione di un conflitto, magari per paura della sofferenza, inibiamo la creatività del sé, il suo potere di assimilare il conflitto e di creare una gestalt, una forma nuova.  Perls sostiene che sia il carattere ad ostacolare il processo di adattamento creativo, il carattere inteso come una struttura psicologica che predetermina il modo di affrontare gli eventi costituito da concezioni errate di se  stessi, introietti, ideali dell’io” [S.Mazzei].

Per concludere voglio riportare una descrizione delle persone creative di A. Maslow:

“Non trascurano l’ignoto, né lo negano, né lo fuggono, né cercano di dare ad intendere che in realtà sia noto, né lo organizzano, né lo dicotomizzano, né lo catalogano prematuramente. Non si attaccano alle cose familiari, e la loro esigenza di verità non è un bisogno catastrofico di sicurezza, di certezza, di definizione e di ordine (…) possono essere, quando la situazione oggettiva lo esige, confortevolmente disordinati, trascurati, anarchici, caotici, vaghi, dubbiosi, incerti, indefiniti, approssimati, inesatti o imprecisi.”

Roberta Sirigu – Qui e Ora Associazione Culturale Pedagogica

Riferimenti.: J. Zinker, S. Mazzei, A. Maslow.

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