Nel mezzo di un incontro di danzaterapia di gruppo a cui ho partecipato  anni fa, stavo muovendo timidamente il corpo, quando la conduttrice del gruppo  ha messo a disposizione una maschera neutra, bianca, chiedendomi di vestire il volto. Non ne avevo mai indossato una prima di allora. Nel momento in cui l’ho fatto ho sentito nuove sensazioni nascere nel mio corpo inibito. Ho sentito un brivido e uno slancio a muovermi liberamente come se quella maschera mi avesse trasmesso il permesso di farlo, come se dentro a quella maschera io potessi affermare il mio modo spontaneo di essere al mondo. Protetta dalla nudità del volto paradossalmente ho scoperto il coraggio di essere nuda.  

Da quella volta ho deciso di dedicarmi allo studio della maschera e di usarla come oggetto mediatore nei miei laboratori espressivi di counselling.

L’uso della maschera come oggetto mediatore permette alla persona che la indossa di liberare l’energia creativa. La creatività è dionisiaca ed è in relazione con gli impulsi primari. La maschera è un mezzo che facilita la consapevolezza di sé, il contatto con parti di sé rifiutate che spesso hanno a che fare con gli impulsi primari, in modo da favorirne l’accettazione, l’espressione, per giungere ad un’integrazione fra polarità in conflitto. Affinchè tutto questo sia possibile è necessaria una fiducia nei propri processi di autoregolazione organismica. Facilitare questa fiducia è uno dei compiti del counsellor: aiutare il cliente ad aiutarsi, ad abbandonarsi a questo processo autoriparativo accompagnandolo durante la navigazione nel mare tempestoso, invitandolo non ad andare contro la corrente ma assecondare l’onda, cavalcandola ed avendo fiducia nel proprio percorso.

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Possiamo immaginare la nostra persona come una serie di personaggi interni, ciascuno con una maschera diversa, come in un’opera teatrale che è la nostra vita in cui ciascun personaggio è una caratterizzazione di un aspetto di noi che vuole dire la sua. Talvolta sono personaggi ben definiti la cui voce dentro la maschera urla per farsi sentire, stanca di rimanere dietro alle quinte, nello sfondo dell’ esistenza, guidato da una forza che spinge per entrare in figura e completare la sua forma speciale e unica e soddisfare il bisogno di manifestarsi e di esistere sul palcoscenico della vita. L’uso creativo della maschera come oggetto mediatore permette di contattare queste parti di sé, i tanti personaggi che siamo, specie quelli più difficili da contattare, quelli più ombrosi, bui, quelli che per paura non si ha il coraggio di guardare in faccia. Ma, come sostiene Perls, è necessario lasciarsi cadere nell’abisso per giungere alla Luce, prendere contatto anche con gli aspetti dionisiaci della follia, dell’irrazionalità.  Permettersi di indossare la maschera delle nostre parti, assumendone le mille sfaccettature, e dar loro voce ed espressione è quel che facciamo nei nostri laboratori dedicati alla maschera, o meglio alle tante maschere che possiamo permetterci di essere, perché la maschera non è solo l’inganno del nostro ego, un travestimento, ma è anche la Persona composta di tanti volti, che pur entrando in lotta polare tra loro possono tendere ad una integrazione.  Quel che succede alla fine di un lavoro gestaltico sulle polarità è che le parti in conflitto smettono di lottare, riconoscendosi a vicenda ed abbracciandosi.

Maschera Neutra e Maschera Espressiva

La maschera neutra è uno strumento essenzialmente pedagogico, nato dal lavoro di Jacques Copeau, pedagogista e attore, e del suo allievo Jean Dasté che fu il primo a utilizzare una maschera inespressiva (che chiamò Maschera Nobile). Egli trasmise la ricerca a Jacques Lecoq, che, insieme allo scultore padovano Amleto Sartori, creò la maschera neutra che conosciamo ed usiamo oggi.  La maschera neutra è quella che permette di indossare tutte le altre. E’ una maschera senza espressione, neutrale: rappresenta un volto che non ha conflitti, passioni, ma che si trova in uno stato di  vuoto. E’ un oggetto indifferenziato che contiene in sé la fertilità di innumerevoli differenziazioni possibili. Così la definisce il suo creatore:

“la maschera neutra è un oggetto particolare … Questo oggetto che si mette sul
viso deve permettere a chi lo indossa di raggiungere lo stato di neutralità che
precede l’azione, uno stato di ricettività riguardante ciò che lo circonda. Si tratta
di una maschera di riferimento, di una maschera di base, una maschera di
appoggio per tutte le altre. … Come una pagina bianca su cui potrà scriversi il
dramma a venire” (J.Lecoq, “Il corpo poetico”, Ubulibri, Milano)

 

Lo stato di neutralità che precede l’azione di cui parla Lecoq è paragonabile a quello che in Gestalt viene chiamato vuoto fertile: quello stato di disponibilità in cui ogni esperienza passata è conclusa e quella nuova deve ancora arrivare; un vuoto che non è un nulla ma è fertile in quanto contiene la fertilità di un atto creativo che nasce dal silenzio e da un ritiro interiore.   La maschera neutra non ha memoria, né progetti, e non ha in sé intenzioni e ci permette di esplorare uno stato di pura presenza, nel qui ed ora. E’ una maschera che ci porta in quel silenzio che precede ogni espressione ed una volta che la persona sente questo stato neutro il suo corpo diventa disponibile, il gesto viene spogliato dal dramma quotidiano e diventa puro movimento. Indossata la maschera si contatta il proprio corpo, favorendone l’espressione creativa e la spontaneità. La maschera neutra diventa quindi un ottimo strumento nei lavori di consapevolezza corporea nel counselling espressivo ed anche strumento per esplorare il territorio del silenzio dal momento che, come dice Jacques Lecoq, “la parola, il più delle volte dimentica le radici da cui si origina”.

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Mentre la maschera neutra è una maschera senza nessuna caratterizzazione, quella espressiva contiene in sé un carattere ben stabilito,  un modo di essere derivante da una tipologia o da un archetipo. Mentre nella neutra la persona che la indossa anima la maschera, nella maschera espressiva avviene un processo inverso: è un determinato tipo  che veste la persona, facendola diventare quel personaggio, quella parte. Con la maschera neutra il processo va dall’interno all’esterno, con quella espressiva va dall’esterno all’interno per poi tornare all’esterno trasformata. La maschera neutra non è abitata da nessuno, è lì per tutti ed acquista diversità solo dopo che viene indossata. La maschera espressiva è abitata da volti diversi che esprimono emozioni, colori, forme. Chi la indossa contatta quelle emozioni, quei colori e quelle forme facendole proprie. Mentre la maschera neutra si può paragonare a un libro che è ancora da scrivere, la maschera espressiva è un libro in cui tutte le pagine sono già state scritte, la storia è già davanti a noi, occorre solo appropriarcene facendola diventare il nostro personale racconto. Con la maschera espressiva ci si identifica con i personaggi. Nel lavoro creativo gestaltico, attraverso la mediazione del personaggio espresso, ci si identifica con i propri personaggi interni, le tante parti di noi che siamo. Non si tratta dunque di rappresentare una parte come si fa in teatro, ma di diventare quella parte. Anche in questo caso il senso è quello di prendere consapevolezza di sé, di parti del sé, farle giungere in primo piano.

L’utilizzo della maschera espressiva è anche un modo ludico per darci il permesso di essere qualcuno che non abbiamo il coraggio di esprimere, e possiamo diventare tutto: un cane, un mostro, un angelo, un giullare, un diavolo, una puttana, una santa, ecc… dipende da quale maschera scegliamo di diventare!

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Articolo tratto dal testo  “La Maschera nella Gestalt. Tra occultamento e rivelazione di sè”  di Roberta Sirigu (in prossima pubblicazione).

Fonti:

J.Lecoq, “Il corpo poetico”.

S.Mazzei, “Scritti”.

Link Video:

 

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