“Sa Burrumballa” è una parola sarda che indica gli scarti, le carabattole. Piccoli oggetti che conserviamo, o che abbiamo dimenticato di avere, che riteniamo non abbiano più funzione o utilità ma che non ci decidiamo a buttare. Bottoni, piccole pietre raccolte in  strada che ci hanno incuriosito per motivi che non ricordiamo più, conchiglie raccolte al mare durante una passeggiata. Ritagli di vecchi giornali, perline di una collana rotta. Vecchia stoffa o lana, carta da regalo e tappi di bottiglia conservati per una collezione lasciata a metà. Piccoli oggetti comprati nei mercatini o ricevuti in dono o ancora, come racconta Luciano De Crescenzo: “spaghi troppo corti per essere usati (…) nel secondo cassetto nel comò in fondo a tutto, sotto la scatola dei calendari scaduti”. Oggetti che sfidano il tempo e che contengono una memoria.
Burrumballa è metafora di ciò che nella vita tratteniamo, non osiamo buttare perché, come dice un detto pugliese, “Stip Ca Truov “, “conserva che poi trovi!”. Conserviamo per paura di lasciare andare, perché la separazione ci costa troppo in termini emotivi. Conserviamo per assicurarci qualcosa per il futuro oppure per accumulare, riempire vuoti.
Burrumballa è anche ciò che cade nell’oblio, ciò che ci siamo dimenticati di avere e di essere, ciò che pensiamo non abbia più abbastanza valore per essere preso in considerazione. Possono essere i nostri sogni accumulati in un cassetto  o i treni che non abbiamo mai osato prendere.

Attraverso dei lavori creativi  e con delle metodologie particolari   si può infondere una seconda vita a questi oggetti, animarli di nuovi significati e senso. Si può decidere che il tempo sospeso in cui questi oggetti erano Burrumballa, dimenticanza, è finito,  e che sia  arrivato il momento di rimetterli in ciclo, di sottoporli ad un processo di trasmutazione per farli uscire  da l’indifferenziato, per dar loro una forma nuova, trasformata, e tramite loro, darla anche a noi stessi. Possiamo, attraverso identificazioni con l’oggetto, scoprire parti di noi nascoste, situazioni lasciate in sospeso che necessitano di una chiusura, comprendere cosa ci portiamo alle spalle, come un peso, che non ci serve più o che serve a qualcos’altro, prendere contatto con tante risorse utili. Se poi questo processo lo si fa in gruppo, in condivisione con altre persone, e con i loro oggetti, possiamo renderci conto che ciò che è spazzatura per noi è tesoro per qualcun’altro, in uno scambio reciproco di feedback utili alla nostra consapevolezza.

L’arte del riciclo può essere oltre che ecologica anche uno strumento per la crescita personale.

Roberta Sirigu

Qui e Ora Associazione Culturale Pedagogica, via Pasubio 27 Cagliari

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